Benessere Diete Medicina Salute
Artrosi: tipologie, cause, prevenzione, terapie, scoperte scientifiche

Secondo gli ultimi dati, sono 4 milioni gli italiani che soffrono di artrosi, una patologia comune ed invalidante tra i diversi disturbi muscolo-scheletrici. Questa patologia può essere di natura degenerativa (invecchiamento), infiammatoria (artrite) o traumatica (infortuni) ed insorge a seguito del deterioramento della cartilagine delle articolazioni.

Sulla base del più recente report della Efic (Federazione Europea per il trattamento del dolore), sappiamo che oltre il 50% della popolazione over 50 è affetta da dolori articolari. Questa patologia, in costante aumento, colpisce soprattutto le donne (il 22% contro il 12% di uomini).

Artrosi primaria e secondaria

Le principali categorie di artrosi sono due:

  • Primaria, di origini ereditarie e genetiche;
  • Secondaria, associata a fattori di natura generale, locale e traumatica.

Indipendentemente dalle cause, tale patologia degenerativa è dovuta ad un’alterazione della cartilagine delle articolazioni sinoviali: non è più in grado di resistere adeguatamente alle sollecitazioni, le ossa perdono elasticità, la stessa cartilagine si assottiglia e ne conseguono dolore, rigidità delle articolazioni e limitazioni funzionali.

Con l’invecchiamento, dolore e limitazione nei movimenti articolari peggiorano rendendo la patologia invalidante.

Il movimento che previene l’artrosi

I principali fattori di rischio dell’artrosi sono la sedentarietà, l’immobilità articolare. Il movimento costante, l’attività fisica sono vitali per il metabolismo cartilagineo.

Per prevenire e contrastare questa patologia, è fondamentale praticare un’attività aerobica, lavorare sull’allungamento (stretching), distensione e potenziamento muscolare.

Per ridurre tensioni muscolari e dolore, aiutano molto anche i massaggi decontratturanti. L’importante è restare attivi in quanto la sedentarietà irrigidisce ulteriormente le articolazioni ed indebolisce i muscoli peggiorando la situazione.

Sforzi eccessivi che possono danneggiare le articolazioni

Se, da una parte, la sedentarietà è il principale fattore di rischio, dall’altra, eccessivi e prolungati sforzi fisici (derivanti da alcuni sport) possono danneggiare le articolazioni anticipando, addirittura, l’insorgenza dell’artrosi all’età di 35-40 anni. In questo senso, gli sport più a rischio sono calcio, corsa intensa, ciclismo, equitazione, scherma.

Altri tipi di sport, invece, sono consigliati perché combattono o rallentano la progressione della patologia in quanto assicurano un’ottima motilità articolare, mantengono tonica la muscolatura limitando il sovraccarico articolare: si parla di sport come il nuoto, il golf, la camminata, il ciclismo non agonistico, il pilates o lo yoga.

La terapia farmacologica

Le forme più diffuse di artrosi interessano anca, ginocchio e mani che colpiscono il 15% degli adulti italiani ed il 30% degli anziani.

Quando la patologia è in fase iniziale, si interviene con la terapia farmacologica per alleviare i sintomi (soprattutto il dolore), non per risolverne la causa. Il farmaco più tollerato è il paracetamolo, mentre la somministrazione di FANS può rappresentare un problema per gli anziani che assumono anticoagulanti perché gli antinfiammatori rischiano di aumentare il rischio di sanguinamento.

Un’alternativa sono gli oppioidi lievi (come la codeina) associabili al paracetamolo a dosi minori.

Nei casi più gravi ed avanzati, quando l’artrosi è invalidante, si ricorre alla chirurgia mini invasiva per l’impianto di protesi (artroprotesi): l’intervento mira a sostituire osso e cartilagine danneggiati con protesi allo scopo di ripristinare la funzionalità dell’articolazione compromessa.

L’artrosi è una conseguenza dell’evoluzione?

Artrite, artrosi anca e ginocchio, dolori articolari ed alle ossa in genere potrebbero rappresentare una conseguenza dell’evoluzione. Secondo una recente scoperta fatta da un team di ricercatori guidati Paul Monk del dipartimento di Ortopedia, Reumatologia e delle Scienze Muscoloscheletriche dell’università di Oxford, pare che il passaggio dalla posizione quadrupede a quella bipede (eretta) sia responsabile di dolori sempre più diffusi a ginocchia, anca e spalle.

I ricercatori hanno eseguito l’esame TAC su 300 campioni di ossa risalenti a diverse epoche appartenenti al Museo di Storia Naturale di Londra ed allo Smithsonian Institution di Washington. Lo studio ha rilevato le modifiche ossee subite dal corpo umano nel corso dei millenni.

La posizione da quadrupede a bipede ha inciso, in particolare, sull’artrosi anca: ha portato ad un incremento dello spessore del femore allo scopo di sopportare un maggior carico corporeo. Ciò non ha fatto altro che favorire lo sviluppo di artrosi ed artrite intensificando la sensibilità del dolore nell’anca.

Secondo questa teoria, col passare del tempo (senza considerare una futura innovazione tecnologica), il rischio di dolori articolari è destinata a peggiorare.

Artrosi: malattia dei tempi moderni

Più di recente, una nuova teoria avanzata dallo studio di ricercatori statunitensi guidati da Daniel Lieberman, professore di paleoantropologia all’Università di Harvard, suggerisce che l’artrosi potrebbe non essere causata soltanto da invecchiamento oppure obesità ma anche dall’ambiente in cui viviamo e lavoriamo, dagli stili di vita dei nostri tempi.

Facendo il dovuto confronto tra diverse epoche, gli scienziati hanno concluso che l’artrosi è la malattia dei tempi moderni. Oggi, rispetto alla preistoria o all’inizio del ‘900, il rischio di artrosi è più ampio e diffuso: le persone hanno il doppio delle probabilità di esserne colpite. Per quale motivo?

L’artrosi è la risposta ad un adattamento inadeguato o imperfetto del nostro fisico agli ambienti moderni, dalle abitudini alimentari allo svolgimento di certe attività che portano a stress articolare.

Usare la tastiera favorisce, senza dubbio, l’insorgere dell’artrosi della mano, tanto per dirne una.

La genetica, sicuramente, incide non poco sul rischio artrosi anche se, ad oggi, non sono ancora stati identificati i geni responsabili.

Lascia un commento