|
Una
crisi bulimica è definita dalle seguenti caratteristiche:
Introduzione in un definito periodo di tempo (ad esempio un'ora)
di una quantità di cibo che è decisamente maggiore di quella
che la maggior parte delle persone mangerebbe nello stesso periodo
di tempo e nelle stesse circostanze.
Sensazione di perdita del controllo su quello che si mangia
durante l’episodio.
Ricorrenti comportamenti compensatori inappropriati allo scopo
di prevenire l’aumento del peso, come il vomito autoindotto,
l’uso inappropriato di lassativi, diuretici, clisteri o altri
farmaci; il digiuno o l’eccessivo esercizio fisico.
Le crisi bulimiche e i comportamenti compensatori inappropriati
avvengono entrambi, in media, almeno due volte alla settimana
per per un periodo variabile di mesi. Nei pazienti bulimici
si osservano spesso alterazioni dei meccanismi nervosi ed endocrini
di regolazione della fame, del comportamento alimentare e della
sazietà. E’ dunque giustificato l’impiego di strumenti farmacologici
per correggere, per quanto possibile, tali meccanismi alterati.
Le ricerche hanno dimostrato l’inutilità dei farmaci anoressizzanti,
capaci cioè di togliere l’appetito, poichè l’elemento scatenante
la crisi bulimica non è certo la fame. Gli ansiolitici si sono
dimostrati anch’essi poco utili e spesso rischiosi, data la
tendenza all’abuso dei pazienti bulimici. Tra tutti i farmaci
gli antidepressivi sono i più efficaci (anche in pazienti con
assenza di disturbo depressivo), in particolare modo la fluoxetina:
l’efficacia di quest’ultima è talmente ben dimostrata che l’indicazione
bulimia nervosa è riportata in modo ufficiale sul foglietto
illustrativo del farmaco. Ancora più efficace è l’associazione
tra il trattamento farmacologico e la psicoterapia ad indirizzo
cognitivo-comportamentale: il trattamento combinato, se protratto
per almeno sei mesi, si è dimostrato più efficace, rispetto
a quello esclusivamente farmacologico, nel ridurre in modo persistente
le crisi bulimiche.
|