Diete:
Ricette ipocaloriche e non:
Idee per la cucina
Cucina etnica




INDICE GLICEMICO
maggio 2008
A chi serve conoscerlo bene Nel parlare di obesità o diabete, di sindrome metabolica o "dieta a zona", abbiamo già accennato al ruolo che la moderna dietetica riconosce non solo alla quantità ma anche alla qualità dei carboidrati contenuti negli alimenti. Può però essere utile soffermarsi proprio sul concetto di indice glicemico, quella graduatoria che riassume il diverso impatto sulla glicemia provocato da un'analoga quantità di carboidrati provenienti da cibi diversi. Ad esempio: 70g di pasta forniscono più o meno 55g di carboidrati, cioè quanti se ne possono ricavare da 119g di legumi secchi o da 100 g di pane bianco, o da circa 3 etti da patate, ma gli effetti di queste porzioni sulla glicemia saranno meno sfavorevoli per i legumi, seguiti dalla pasta, dal pane e dalle patate. Non credo che il biblico Esaù fosse diabetico ma la sua preferenza per il piatto di lenticchie resta una scelta esemplare, un atto da precursore dell'indice glicemico a cui oggi si ispirano diabetologi e dietologi, oltre ai fautori della "dieta a zona". Il perché della preferenza da accordare ai carboidrati complessi e in particolare a quelli a più basso indice glicemico deriva, dunque, dalla constatazione che non tutti i carboidrati provocano, pur a pari contenuto effettivo di amido o zuccheri semplici, la stessa produzione di insulina e lo stesso innalzamento della glicemia. Fino agli anni '70-'80 i diabetici sono stati sollecitati ad alternare i cibi ricchi di carboidrati seguendo il principio dell'equivalenza quantitativa dei carboidrati. Purtroppo, le cose non stanno proprio così quando dal laboratorio si passa al corpo umano. E' stato un ricercatore canadese, Jenkins, a compilare un elenco dei cibi che, pur somministrati nella quantità equivalente a 25g di carboidrati, provocavano una risposta diversa se riportata su una scala che aveva come punto massimo di riferimento (100) il glucosio, sostituito poi per praticità dal pane bianco. Gli enzimi a cui compete lo smontaggio dei carboidrati impiegano tempi molto diversi nel disbrigo del loro lavoro per una serie di caratteristiche che vanno dal tipo di amido alla contemporanea presenza di fibre (ad esempio la buccia dei legumi o le fibre solubili di molte verdure), al trattamento termico e ad una serie di caratteristiche (preparazione e conservazione dell'alimento), anche individuali (età, sesso, patologie concomitanti). Questi ed altri fattori finiscono per interferire e modulare l'ingresso nel sangue delle molecole di glucosio e fruttosio. E' evidente, allora, che la risposta del pancreas (cioè, l'immissione di insulina nel sangue) sarà meno impegnativa e tumultuosa se il glucosio proviene da cibi a basso indice glicemico (legumi, spaghetti) piuttosto che da cibi ad alto indice glicemico (zucchero, miele, pane, riso brillato, patate). Perciò i diabetici, ma anche gli obesi, devono imparare a "risparmiare" il lavoro del pancreas perché l'insulina, ormone, indispensabile per il metabolismo, pone non pochi problemi collaterali, tra cui una maggiore facilità a ingrassare, quando viene prodotta in eccesso. Gli obesi, per motivi genetici ma anche per la sedentarietà e per un'esagerata provocazione alimentare, sono quasi sempre grandi produttori di insulina con tutti i problemi che ne derivano (ipertrigliceridemia, ipertensione) tra cui il pericolo di anticipare l'esaurimento del pancreas, oberato dai troppi "straordinari". Ciò non vuol dire che non si debba mangiare il pane o il riso brillato (ma il parboiled andrebbe meglio), ma è il concetto di indice glicemico di un alimento, o del pasto nel suo complesso, che il diabetologo deve saper valutare e spiegare ai suoi pazienti.

 

 
Problematiche:
Chirurgia plastica:
Curiosità
dal mondo

Appuntamenti
L'angolo della grafica: