L'obesità
addominale è un potente fattore di rischio che può
provocare l'Ictus ischemico in persone di entrambi i sessi
anche se giovani.
È
detto ictus, dal latino colpo, l'infarto cerebrale. I termini
aulici utilizzati per definire questa patologia rispecchiano
la storia della medicina, attraverso le lingue che hanno dominato
le scienze nel corso dei secoli, poiché si passa dal greco
apoplessi, al latino ictus, all'inglese stroke, che significano
tutti allo stesso modo "colpo". Un termine italiano, superiore
a questi e più preciso di "infarto", è "accidente cerebrovascolare",
che rientra nell'ambito delle sindromi vascolari acute, tra
cui annoveriamo anche l'attacco ischemico transitorio (Transient
ischemic attack o TIA) e l'emorragia cerebrale.
Ictus ischemico
È una condizione caratterizzata dall’ occlusione di un vaso
(ischemia) a causa di una trombosi o di un’embolia o, meno
frequentemente, da un’improvvisa e grave riduzione della pressione
di perfusione del circolo ematico.
Si distinguono diversi tipi di ictus
ischemico:
* da patologia delle arterie di maggiore calibro (arterie
carotidi, arterie vertebrali o arteria basilare), responsabili
di infarti che colpiscono la corteccia e le strutture sottocorticali;
* da patologie dei vasi di piccolo calibro (arterie perforanti)
che causano infarti sottocorticali o lacune;
* da patologie cardiache (cardioembolico), causati da emboli
a partenza cardiaca;
* infarto cerebrale d'altra origine (dissezione, poliglobulia,
ipoglicemia);
* infarto cerebrale d'origine sconosciuta. Le cause più comuni
di ictus ischemico sono:
* vasculopatia aterosclerotica che interessa le arterie di
maggior calibro, comunemente le arterie carotidi, le vertebrali
e le arterie che originano dal circolo del Willis, all’interno
delle quali si forma un trombo.
* occlusione delle piccole arterie (TIA o ictus lacunare),
causata da lipoialinosi (strati lipidici che crescono nelle
piccole arterie per effetto dell’ipertensione, del diabete
o dell’età) e degenerazione fibrinoide o dall’estensione di
microateromi dalle arterie di maggior calibro a quelle perforanti.
* cardioembolia o embolia transcardiaca: o Condizioni associate
con rischio elevato di ictus cardioembolico: fibrillazione
atriale (non isolata), protesi valvolare meccanica, stenosi
mitralica con fibrillazione atriale, trombo in atrio e/o auricola
sinistri, sick sinus syndrome, infarto miocardico acuto recente
(<4 settimane), trombo ventricolare sinistro, mixoma atriale,
endocardite infettiva, cardiomiopatia dilatativa, acinesia
di parete del ventricolo sinistro. o Condizioni associate
con basso rischio di ictus iniziale o ricorrente o non dimostrate
con sicurezza come sorgenti di cardioembolismo: prolasso della
valvola mitralica, calcificazione dell’anulus mitralico, stenosi
mitralica senza fibrillazione atriale, ecocontrasto spontaneo
in atrio sinistro, forame ovale pervio, aneurisma del setto
interatriale, stenosi aortica calcifica, flutter atriale,
fibrillazione atriale isolata (lone), protesi valvolare biologica,
endocardite trombotica non batterica, scompenso cardiaco congestizio,
ipocinesia segmentaria del ventricolo sinistro, infarto del
miocardio (>4 settimane, <6 mesi).
Le cause meno frequenti di ictus ischemico
sono:
* disordine ematologico/altre cause specificabili * ictus
emicranico
* contraccettivi orali od estrogeni
* farmaci (non estro-progestinici)
* vasculopatie infiammatorie primarie (arterite a cellule
giganti, arterite di Takayasu, Lupus eritematoso sistemico,
sindrome di Sneddon, vasculiti necrotizzanti sistemiche, poliarterite
nodosa, sindrome di Churg-Strauss, granulomatosi di Wegener,
artrite reumatoide, sindrome di Sjögren, malattia di Behçet,
sclerodermia, sarcoidosi, arterite isolata del sistema nervoso
centrale, malattia di Bürger)
* anomalie congenite (displasia fibromuscolare, inginocchiamenti
della carotide, dolicoectasia della basilare, sindrome di
Ehlers- Danlos, pseudoxantoma elastico, sindrome di Marfan,
malformazioni arterovenose)
* vasculopatie traumatiche (dissecazioni) La trombosi dei
seni venosi può essere causa di infarti cerebrali venosi.
In questi casi la presentazione clinica non è caratteristica
e può simulare quella di altre patologie, fra cui l’ictus
arterioso.
Fattori di rischio e prevenzione primaria
Gli studi epidemiologici hanno individuato molteplici fattori
che aumentano il rischio di ictus. Alcuni di questi fattori
non possono essere modificati, principalmente l’età, costituiscono
tuttavia importanti indicatori per definire le classi di rischio.
Altri fattori possono essere modificati con misure non farmacologiche
o farmacologiche. Il loro riconoscimento costituisce la base
della prevenzione sia primaria sia secondaria dell’ictus.
I fattori di rischio modificabili ben documentati sono:
* ipertensione arteriosa;
* alcune cardiopatie (in particolare, fibrillazione atriale);
* diabete mellito;
* iperomocisteinemia;
* ipertrofia ventricolare sinistra;
* stenosi carotidea;
* fumo di sigaretta;
* eccessivo consumo di alcol;
* ridotta attività fisica.
Sono stati descritti altri fattori che probabilmente aumentano
il rischio di ictus ma che al momento non appaiono completamente
documentati come fattori di rischio. Fra questi:
* dislipidemia;
* alcune cardiopatie (forame ovale pervio, aneurisma settale);
* placche dell’arco aortico;
* uso di contraccettivi orali;
* terapia ormonale sostitutiva;
* sindrome metabolica ed obesità;
* emicrania;
* anticorpi antifosfolipidi;
* fattori dell’emostasi;
* infezioni;
* uso di droghe;
* inquinamento atmosferico.
La prevenzione primaria per tutti, ma specialmente per le
persone a rischio, si basa su una opportuna informazione sull’ictus
e su una educazione a stili di vita adeguati. È stato infatti
dimostrato che le modifiche degli stili di vita possono produrre
una diminuzione dell’incidenza e della mortalità dell’ictus.
Modifiche degli stili di vita che si associano ad una riduzione
del rischio di ictus:
* Smettere di fumare - La cessazione del fumo di sigaretta
riduce il rischio di ictus, ed è pertanto indicata nei soggetti
di qualsiasi età e per i fumatori sia moderati che forti.
* Svolgere una regolare attività fisica. L'attività fisica
graduale, di lieve-moderata intensità e di tipo aerobio (passeggiata
a passo spedito alla velocità di 10-12 minuti per chilometro),
è indicata nella maggior parte dei giorni della settimana,
preferibilmente ogni giorno.
* Mantenere un peso corporeo salutare. L’obiettivo può essere
raggiunto aumentando gradualmente il livello di attività fisica,
controllando l’apporto di grassi e dolciumi, aumentando il
consumo di frutta e verdura.
* Ridurre l’apporto di sale nella dieta a non oltre i 6 grammi
di sale (2,4 g di sodio) al giorno. L’obiettivo può essere
raggiunto evitando cibi ad elevato contenuto di sale, limitandone
l’uso nella preparazione degli alimenti e non aggiungendo
sale a tavola.
* Ridurre il consumo di grassi e condimenti di origine animale,
sostituendoli con quelli di origine vegetale (in particolare
olio extravergine di oliva) e utilizzando i condimenti preferibilmente
a crudo.
* Mangiare pesce 2-4 volte la settimana (complessivamente
almeno 400 g), quale fonte acidi grassi poliinsaturi della
serie omega-3, preferibilmente pesce azzurro, salmone, pesce
spada, tonno fresco, sgombro, halibut, trota.
* Consumare 3 porzioni di verdura e 2 porzioni di frutta al
giorno, e con regolarità cereali integrali e legumi quali
fonti di energia, proteine di origine vegetale, fibra alimentare,
vitamine, folati e minerali (potassio, magnesio e calcio).
(1 porzione di verdura = 250 g se cotta o 50 g se cruda; 1
porzione di frutta = 150 g)
* Consumare regolarmente latte e alimenti derivati, scegliendo
prodotti con basso contenuto lipidico. Per i consumatori abituali
di bevande alcoliche limitare l’assunzione di alcol a non
più di due bicchieri di vino al giorno (o quantità di alcol
equivalenti) nei maschi e a un bicchiere nelle donne non in
gravidanza, preferibilmente durante i pasti principali, in
assenza di controindicazioni metaboliche.
I trattamenti medici che possono ridurre il rischio di ictus
sono i seguenti:
* Nel paziente iperteso: il trattamento dell’ipertensione
arteriosa sia sistolica che diastolica riduce il rischio di
ictus indipendentemente dall’età del soggetto e dal grado
di ipertensione, ed è pertanto indicato in tutti gli ipertesi.
L’obiettivo suggerito dalle linee guida è una pressione <130
e <80 mm Hg nei diabetici, e almeno <140 e <90 mm Hg - o decisamente
più bassi se tollerati - in tutti i soggetti ipertesi.
* Nel paziente con fibrillazione atriale associata a valvulopatia
è indicata la terapia anticoagulante.
* Nel paziente con fibrillazione atriale non valvolare di
età superiore a 75 anni e con fattori aggiuntivi di rischio
tromboembolico (diabete, ipertensione arteriosa, scompenso
cardiaco, dilatazione atriale sinistra, disfunzione sistolica
ventricolare sinistra), è indicata la terapia anticoagulante
orale .
* In alternativa alla terapia anticoagulante si utilizza l’aspirina
che risulta efficace, sia pure in misura inferiore, soprattutto
nei seguenti casi: età superiore a 65 anni, se controindicata
la terapia anticoagulante orale; età superiore a 75 anni se
prevalente il rischio emorragico su quello trombo-embolico;
nei casi in cui sia prevedibile una scarsa compliance o vi
siano difficoltà di accesso a un monitoraggio affidabile.
* Nel paziente con protesi valvolari cardiache meccaniche
è indicata la terapia anticoagulante. * Nel pazienti coronaropatico
con colesterolo elevato, per la prevenzione dell’ictus, è
indicato il trattamento con le statine.
* Nel pazienti diabetico di età superiore ai 30 anni con un
fattore di rischio aggiuntivo, è indicato l’uso dell’aspirina
in prevenzione primaria. Il riconoscimento e la terapia del
diabete mellito sono in ogni caso indicati per la riduzione
del rischio di ictus.
Come ci si accorge di essere colpiti
dall’ictus? Che cosa fare?
Quando si è stati colpiti da un ictus improvvisamente compaiono
varie combinazioni di questi disturbi:
* non riuscire a parlare nel modo corretto (non trovare le
parole o non comprendere bene quanto ci viene detto: afasia;
pronunciarle in modo sbagliato: disartria),
* perdere la forza in metà corpo (metà faccia, braccio e gamba,
dal lato destro o da quello sinistro: emiplegia o emiparesi),
* sentire dei formicolii o perdere la sensibilità in metà
corpo (in modo analogo alla forza: emiipoestesia), * non vedere
bene in una metà del campo visivo, ossia in quella parte di
spazio che abbraccia con uno sguardo (emianopsia),
* vi possono essere altri sintomi ancora come la maldestrezza,
l’assenza di equilibrio e le vertigini (sempre associate ad
altri disturbi: una crisi vertiginosa isolata difficilmente
è causata da un ictus),
* le emorragie più gravi, soprattutto l’emorragia subaracnoidea,
si annunciano con un improvviso mal di testa (cefalea), molto
più forte di quello sperimentato in passato, che viene assimilato
ad un colpo di pugnale inferto alla nuca.
Che cosa si deve fare quando compaiono
questi sintomi? Si deve chiamare il 118 e ci si deve
far trasportare il più presto possibile nel Pronto Soccorso
di un Ospedale, possibilmente attrezzato per curare l’ictus.
Anche se i sintomi sono lievi non è possibile prevedere la
successiva evoluzione e conviene non perdere tempo.
Cosa succede dopo un ictus?
L’ictus è una malattia grave. Alcuni, meno fortunati perché
hanno lesioni più estese o un decorso aggravato da complicanze,
non superano la fase acuta della malattia e muoiono durante
le prime settimane. Per altri, una volta superata la fase
acuta, si assiste ad un miglioramento. Questo fatto offre
motivi di speranza. Vediamo perché succede. Quando si verifica
un ictus alcune cellule cerebrali vengono lesionate in modo
reversibile, altre muoiono. Le cellule che non muoiono possono
riprendere a funzionare. Inoltre nelle fasi acute dell’ictus,
intorno alle aree lese il cervello si gonfia per effetto dell’edema.
Quando l’edema si riduce il funzionamento delle aree sane
del cervello riprende regolarmente. Infine altre aree sane
del cervello possono sostituire le funzioni di quelle lesionate.
Ovviamente le possibilità di recupero variano in relazione
all’estensione della lesione e alla particolarità della zona
colpita. Gli effetti dell’ictus variano molto nelle diverse
persone: alcune sperimentano solo disturbi lievi, che con
il tempo divengono quasi trascurabili, altri, invece, portano
gravi segni della malattia per mesi o per anni. Complessivamente
delle persone che sopravvivono ad un ictus, il 15% viene ricoverato
in reparti di lungodegenza; il 35% presenta una grave invalidità
e una marcata limitazione nelle attività della vita quotidiana;
il 20% necessita di assistenza per la deambulazione; il 70%
non riprende la precedente occupazione.
Potrebbero capitare anche piccole forme di perdite di memoria
temporanee e chi è affetto da questa malattia potrebbe riprendere
l'uso della parola e non capire la sua situazione
Diagnosi dell' ictus
All’ingresso in ospedale vengono di regola effettuati i seguenti
esami:
radiografia del torace,
elettrocardiogramma,
esami ematochimici (esame emocromocitometrico con piastrine,
glicemia, elettroliti sierici, creatininemia, azoto ureico,
proteine totali, bilirubina, transaminasi, tempo di protrombina,
APTT).
Le diagnosi di TIA e di ictus sono diagnosi cliniche. Tuttavia
una tomografia computerizzata (TC) o una risonanza magnetica
(MRI) sono utili per riconoscere altre malattie che possono
essere confuse con questa e permettono di documentare la presenza
di una lesione, la natura ischemica di questa, la sua sede
ed estensione, la congruità con la sintomatologia clinica.
La RMN presenta vantaggi rispetto alla TAC nell'identificazione
di lesioni di piccole dimensioni e per quelle localizzate
in fossa cranica posteriore.
Quando si sospetta una stenosi carotidea si effettua uno studio
eco-Doppler dei tronchi sovra-aortici soprattutto ai fini
della scelta terapeutica in senso chirurgico, eventualmente
completando la valutazione con altre tecniche non invasive
di neuroimmagine (angio-RMN; angio-TAC). Lo studio eco-Doppler
permette inoltre un migliore inquadramento eziopatogenetico.
Principi di terapia
L'ictus è un'urgenza medica che richiede un ricovero immediato
in ospedale. Il paziente con ictus va sempre ricoverato perché
è solo con gli accertamenti eseguibili in regime di ricovero
che si può rapidamente diagnosticare sede, natura ed origine
del danno cerebrale, oltre che evidenziare e curare eventuali
complicanze cardiache, respiratorie e metaboliche. La terapia
specifica nelle prime ore si basa sulla disponibilità di strutture
e di personale dedicati alla cura dell’ictus (stroke unit)
e nel caso dell’ictus ischemico, sulla possibilità di sciogliere
il coagulo nelle prime tre ore (trombolisi) e di contrastare
la formazione di ulteriori trombi attraverso farmaci che prevengono
l’aggregazione delle piastrine (antiaggreganti, in primo luogo,
l’aspirina).
Stroke Unit
Per stroke unit si intende un reparto di 4-16 letti in cui
i malati con ictus sono seguiti da un gruppo (team) multidisciplinare
di infermieri, di tecnici della riabilitazione e di medici
competenti ed esclusivamente dedicati alle malattie cerebrovascolari.
Gli aspetti qualificanti delle stroke unit sono: la multiprofessionalità
dell'équipe, l'approccio integrato medico e riabilitativo,
la formazione continua del personale, l'istruzione dei pazienti
e dei familiari. Dall'analisi dei dati di 20 studi selezionati
risulta che nelle stroke unit si previene una morte ogni 32
casi trattati, che un paziente in più ritorna a vivere a casa
ogni 16 trattati e che un caso in più ogni 18 recupera l'indipendenza.
Trombolisi
Gli studi clinici di trombolisi hanno portato ad accumulare
dati su un notevole numero di pazienti, così da consentire
una valutazione delle possibilità offerte da tale trattamento.
Il farmaco (r-tPA: recombinant tissue plasminogen activator)
deve essere somministrato per via endovenosa nelle prime tre
ore. L'efficacia del trattamento diminuisce progressivamente
dopo le 3 ore.I dati infatti indicano che per ogni 1.000 pazienti
trattati, 57 di quelli trattati entro 6 ore e 140 di quelli
trattati entro 3 ore evitano morte o dipendenza a 3 mesi,
malgrado la comparsa di emorragia secondaria sintomatica in
77 pazienti in più (non fatale in 48 casi, fatale in 29 casi)
quando trattati entro 6 ore. La trombolisi va effettuata in
centri esperti, dotati di caratteristiche organizzative che
consentano di minimizzare l'intervallo di tempo fra arrivo
del paziente e inizio del trattamento, e che assicurino una
monitorizzazione accurata dello stato neurologico e della
pressione arteriosa per le 24 ore successive al trattamento.
La selezione dei pazienti candidati alla trombolisi deve essere
accurata, secondo criteri di esclusione atti ad ottimizzare
il rapporto rischi/benefici del trattamento. Nei centri con
provata esperienza di neuroradiologia interventistica, nel
caso di occlusione dei tronchi arteriosi maggiori (carotide
interna, tronco principale dell’arteria cerebrale media, arteria
basilare) con elevato rischio di morte o gravi esiti funzionali
possono essere utilizzate tecniche avanzate con l’uso di farmaci
trombolitici per via arteriosa, associate o meno a manovre
meccaniche (angioplastica, tromboaspirazioni, recupero del
trombo).
Antiaggreganti ed anticoagulanti
L'aspirina viene prescritta in fase acuta (ad un dosaggio
consigliato di 300 mg) in tutti i pazienti ad esclusione di
quelli candidati al trattamento trombolitico (nei quali può
essere iniziato dopo 24 ore) o con indicazione al trattamento
anticoagulante. In alternativa (per i pazienti già in trattamento
con aspirina prima dell’ictus e per quelli che hanno controindicazioni
all'uso dell'aspirina) si utilizzano ticlopidina, clopidogrel
o dipiridamolo. I pazienti con fibrillazione atriale non valvolare
vengono trattati con terapia anticoagulante orale come pure
i pazienti con altra eziologia cardioembolica che hanno un
elevato rischio di recidiva precoce (valvulopatie con o senza
fibrillazione atriale), o fra 2,5 e 3,5 (protesi valvolari
meccaniche). Nei casi con patologia aterotrombotica dei vasi
arteriosi extracranici che, malgrado adeguata terapia antiaggregante,
presentano ripetute recidive, è indicata la terapia anticoagulante
orale.
Emorragia cerebrale
In caso di emorragia intracerebrale spontanea non vi è alcuna
superiorità in termini di beneficio del trattamento neurochirurgico
precoce rispetto al trattamento inizialmente conservativo.
Il trattamento chirurgico dell'emorragia cerebrale è tuttavia
indicato in alcuni casi (emorragie cerebellari di diametro
superiore a 3 cm; emorragie lobari di grandi o medie dimensioni
in rapido deterioramento; emorragie intracerebrali associate
ad aneurismi o a malformazioni artero-venose se accessibili
chirurgicamente). Sono in sperimentazione farmaci che permettono
di contrastare l’espansione dell’emorragia. Il trattamento
generale coincide con quello dell’ictus ischemico.
Trattamento generale
Nelle prime 48 ore dall'esordio di un ictus vengono sorvegliate
le funzioni vitali (ritmo e frequenza cardiaca, pressione
arteriosa, saturazione dell’ossigeno nel sangue e temperatura)
e lo stato neurologico (monitoraggio). Vanno prevenute le
infezioni urinarie (evitando, per esempio il catetere vescicale)
e polmonari e va posta particolare attenzione allo stato nutrizionale
del paziente, tenendo presente che è importante riconoscere
la presenza di un disturbo della deglutizione (disfagia).
Vanno prevenute anche le trombosi venose profonde in pazienti
a rischio elevato. Vanno trattate le eventuali crisi epilettiche
(epilessia) e l’edema cerebrale. Di particolare importanza
è la mobilizzazione precoce, ossia la possibilità di far muovere
il paziente, già nelle prime ore dopo l’ictus.
Le esigenze globali del paziente che ha subito un ictus possono
essere così sintetizzate:
* minimizzare il rischio di morte del paziente per cause cerebrali,
cardiocircolatorie, respiratorie, infettive, metaboliche;
* contenere gli esiti della malattia limitando il danno cerebrale
e le sue conseguenze;
* evitare le recidive di danno vascolare dell'encefalo;
* limitare la comorbosità conseguente al danno neurologico,
alle condizioni cardiocircolatorie ed all’immobilità;
* favorire il recupero delle abilità compromesse dall'ictus
allo scopo di promuovere il reinserimento sociale e di utilizzare
le capacità operative residue;
* definire la prognosi del quadro clinico osservato ed i bisogni
a questo correlati, al fine di agevolare la riorganizzazione
precoce dell'attività del paziente e soddisfare la sua richiesta
di assistenza.
Riabilitazione
Dopo un ictus è possibile favorire il recupero, almeno parziale,
delle funzioni perse. Tale è il compito della riabilitazione.
A questo fine è importante stimolare ed incoraggiare i pazienti
con ictus alla partecipazione alle attività quotidiane e promuovere
l’abbandono precoce del letto (verticalizzazione precoce).
Il recupero funzionale dell’arto superiore e la rieducazione
del controllo posturale e della deambulazione rappresentano
obiettivi a breve e medio termine del progetto riabilitativo.
Il trattamento dei disturbi del linguaggio (afasia) richiede
preliminarmente una dettagliata valutazione da parte di operatori
competenti ed il coinvolgimento di un terapista del linguaggio
(logopedista) ed è mirato a recuperare la capacità di comunicazione
globale, di comunicazione linguistica, di lettura, di scrittura
e di calcolo oltre che a promuovere strategie di compenso
atte a superare i disordini di comunicazione ed a addestrare
i familiari alle modalità più valide di comunicazione. Dopo
la fase acuta, la cura può proseguire in strutture specializzate
per la riabilitazione, tenendo conto delle esigenze a lungo
termine del soggetto colpito. Le attività assistenziali a
fini riabilitativi dopo un ictus hanno caratteristiche distinte
a seconda dell’epoca di intervento e richiedono il contributo
di operatori diversi, a seconda degli obiettivi consentiti
dalle condizioni cliniche, ambientali e delle risorse assistenziali
disponibili. Il progetto riabilitativo dovrebbe essere il
prodotto dell’interazione tra il paziente e la sua famiglia
ed un team interprofessionale (infermieri, fisiatri, neurologi,
fisioterapisti, terapisti occupazionali, riabilitatori delle
funzioni superiori e del linguaggio), coordinato da un esperto
nella riabilitazione dell’ictus. Il team si riunisce periodicamente
per identificare i problemi attivi, definire gli obiettivi
riabilitativi più appropriati, monitorare i progressi e pianificare
la dimissione. I dati attualmente disponibili non consentono
di documentare una maggiore efficacia di alcune metodiche
rieducative rispetto ad altre. Nel contesto di un progetto
riabilitativo comprendente tecniche volte a compensare i deficit
si prevede talvolta la possibilità di utilizzare presidi,
quali ortesi ed ausili. È utile che i familiari del soggetto
colpito da ictus vengano informati, in maniera chiara, sulle
conseguenze dell’ictus, soprattutto in termini di deterioramento
cognitivo, incontinenza sfinterica e disturbi psichici, oltre
che sulle strutture locali e nazionali fruibili per l’assistenza
al soggetto malato. Gli operatori sociali, al fine di organizzare
e supportare le risorse disponibili, ma anche di contenere
lo stress dei familiari del soggetto colpito da ictus. Anche
i pazienti più anziani possono essere riabilitati: è importante
che in questi casi la riabilitazione sia guidata da un processo
di valutazione multidimensionale geriatrica. Ogni paziente,
ancora disabile a distanza di sei mesi o più da un ictus andrebbe
ri-valutato al fine di definire le ulteriori esigenze riabilitative,
da realizzare se appropriate.
Le conseguenze dell'ictus
Oltre ai postumi, quali la paralisi o i disturbi del linguaggio,
causati direttamente dall’ictus, i pazienti possono presentare
altri disturbi, come spasticità, depressione,demenza vascolare,
disturbi d’ansia, malnutrizione, patologie articolari e/o
dolorose e cadute. Tali disturbi, nei pazienti con postumi
di ictus, non devono essere considerati ineluttabili, ma devono
essere adeguatamente valutati e trattati, in quanto altrimenti
possono condizionare negativamente il processo riabilitativo.
Circa un terzo dei pazienti colpiti da ictus va incontro a
depressione. Questi pazienti lamentano molti segni fisici
di depressione (stanchezza, disturbi del sonno, di concentrazione,
dell’appetito, etc.). La depressione post-ictus aumenta il
rischio di mortalità sia a breve che a lungo termine dopo
l’evento ictale, rappresenta un fattore prognostico sfavorevole
sullo stato funzionale del paziente sia a breve che a lungo
termine, aumenta il rischio di cadute del paziente e ne peggiora
la qualità di vita. In questi casi è opportuno iniziare precocemente
un trattamento antidepressivo, anche per ridurne l’impatto
sfavorevole sull’attività riabilitativa. La malattia cerebrovascolare
comporta un aumento del rischio di decadimento cognitivo e
la demenza vascolare rappresenta la seconda più frequente
forma di decadimento cognitivo cronico. Circa il 20%-25% dei
casi di demenza è infatti dovuto alle malattie cerebrovascolari.
Le associazioni dei pazienti
* ALICE (Associazione per la lotta all'ictus cerebrale) è
l'unica associazione di pazienti esistente in Italia. Nelle
varie sedi regionali ha pubblicato anche dei quaderni informativi
sulle corrette norme di comportamento nella gestione del malato
e sulla prevenzione dell’ictus. http://www.aliceictus.it/
* ALT - Associazione per la Lotta alla Trombosi - Onlus, è
un'Associazione privata libera indipendente e senza fini di
lucro, che svolge la propria attività su tutto il territorio
nazionale operando dall'unica sede milanese dedicata alla
prevenzione della trombosi. http://www.trombosi.org